martedì 30 giugno 2009

A rotta di cranio




Dall’altra parte della città in piena periferia sfrecciava una punto rossa, alla guida un uomo biondo i cui occhi azzurri contrastavano con l’oscurità della notte, erano occhi sovrastati da folte sopraciglia. Il pallore della sua pelle e il chiarore dei capelli dovevano dargli un aspetto tra il vampiresco e l’angelico, uno strano ibrido biblico che non si librava in cielo ma correva su una utilitaria comune. Attorno a lui altri tre compagni, esaltati e armati di mitragliatore, i finestrini aperti per godersi il fresco della notte e la musica dei Creadence dall’autoradio dava un ulteriore tocco di follia, di grottesco alla scena.

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“Doo, doo, doo/ looking out/ my back door”.

Usciti dal raccordo anulare imboccarono una curva a destra andando ben oltre il limite dei 40Km/h, le gomme stridettero alla velocità di quasi 100Km/h tra l’ilarità dei passeggeri. Finita l’ampia curva quasi finendo addosso ad una Nissan grigia che sbarrava loro la corsa si ritrovarono in vista di un centro commerciale con l’insegna luminosa “GIOTTO”, dalle pareti bianche e blu.

“Tambourines and elephants/ are playing in the band.”

Con una brusca frenata che solo grazie ad una pronta sterzata impedì ad una panda bianca di finire sopra di loro decisero di svoltare lungo la traversa adiacente per raggiungere il centro commerciale facendo quindi una rapida inversione, Paolo Brera aveva visto qualcosa di interessante laggiù.
Un cartello sulla loro destra “centro GIOTTO” e la freccia “ENTRATA” era posto all’angolo di un piccolo cortile dove palme e cespugli vari erano chiusi da un cortile in muratura piuttosto basso, doveva essere la zona dei magazzini del centro commerciale. All’interno nell’oscurità si intravedevano le siluette di alcune persone, seminascoste sotto la palma posta al centro del cortile.
La punto rossa frenò bruscamente all’altezza del cancello d’entrata.
Sotto la palma un rito silenzioso e buio era già cominciato senza di loro. Mani esperte con un taglia unghie tagliavano la fiala di acqua distillata versandone il contenuto dentro il contenitore giallo di plastica che prima era servito a contenere i pezzi di un giochino per bambini, era l’innocente involucro della sorpresa di un ovetto di cioccolato. Ora invece era l’ampolla di un alchimista di strada. Col medesimo taglia unghie l’uomo apriva una piccola bustina lasciando che la polvere bianca andasse a disciogliersi nell’acqua del contenitore giallo. Prese una sigaretta che teneva tra l’orecchio e la tenne per il filtro tra l’indice e il pollice, lo strinse e lo fece roteare tra le dita in modo tale da permettere il distacco del filtro, ripose la sigaretta tra l’orecchio e immerse il filtro dentro la soluzione. Un amico gli porse la spada, ma non era la spada di un cavaliere in procinto di combattere, era la siringa di un uomo come tanti che cercava di uccidere la realtà dell’eterno ritorno della prossima giornata di nulla, il nulla più totale. Infilò l’ago nel filtro, prima girò la soluzione poi cominciò ad aspirarla sollevando lo stantuffo della sua arma di piacere. Assicuratosi che uscisse tutta l’aria si passò l’altra mano nella fronte, ad entrambi colava un po’ di bava da un lato della bocca.
Fece un cenno all’amico e questo gli premette il braccio con forza con tutt’e due le mani, mentre all’altezza della giuntura tra braccio e avambraccio cominciava ad apparire una vena violacea che sovrastava il viola dell’ematoma che copriva la pelle glabra di tutto l’avambraccio, segno che qualche sostanza misteriosa era stata usata per tagliare la coca in modo che il pusher ci potesse guadagnare di più. Infilò l’ago nella vena ed aspirò un po’ di sangue per assicurarsi di averla presa, poi cominciò a spingere lentamente, arrivato alla fine rimase con la siringa attaccata disteso sul tronco della palma. Attese per qualche secondo l’appuntamento con i sensi. L’estasi non tardò a arrivare. Inspirò forte socchiudendo gli occhi, cominciò a darsi qualche altra pompata aspirando e rigettando in vena il suo stesso sangue, il cuore accelerò. Lui annui mordendosi il labbro confermando all’amico che non erano stati fregati.

“Tambourines and elephants are playing in the band./ Wont you take a ride on the flyin spoon?”

La musica non sembrò attirare loro particolare attenzione. Mentre l’amico procedeva anch’esso al rito di piacere si alzò in piedi e si godette la sigaretta senza filtro, ora la musica lo prese ed era un tutt’uno con essa, la colonna sonora della sua mente. Il significato in musica del Nirvana in atto dentro di lui, ballava ritmicamente e non pensò a chi potesse essere.

“Doo, doo, doo/ looking out my back door”.

Improvvisamente balzarono da dietro i cespugli le ombre di ospiti inaspettati. Smise di ballare e si voltò verso l’amico disteso a terra con la sua spada che gli pendeva nel braccio, era già oltre il mondo, non poteva essere sintonizzato con ciò che vedeva. Una mazza da baseball lo investì in pieno volto nel momento stesso in cui si voltò di nuovo per studiare i nuovi arrivati.

“Forward troubles illinois, lock the front door, oh boy!”

Paolo si asciugò schifato la faccia imbrattata di sangue. Le sue folte ciglia adesso erano rossicce. Prese cosi con più foga a inveire contro il corpo disteso a terra, in particolar modo si accanì contro la sua testa, mentre la vittima cercava inutilmente di pararsela con le braccia, quando cercava con un colpo di reni di rialzarsi un colpo di mazza sullo stomaco lo rimetteva in riga. L’amico fece in tempo a mettersi seduto, restò a bocca aperta chiedendosi se si trattava di un trip o di una scena reale.

“Doo, doo, doo/ looking out my back door.”

Gli altri due lo presero per le ascelle mentre Paolo proseguiva a spaccare il cranio dell’altro ormai esanime. Fiotti di sangue schizzavano ad ogni colpo, con rumori appena udibili, censurati dalla musica di sottofondo. Legarono l’altro con delle catene alla palma, mentre urlava inutilmente. Con il calcio di un mitra nei denti lo stordirono. Uno dei due premette la canna dell’arma sul suo petto e scarico tutto il caricatore, provocando l’abbattimento della palma stessa, mentre di lui non rimanevano che due pezzi di carne tagliati all’altezza del petto, come strappati dal morso di una strana bestia.
Tornarono in macchina mentre il quarto di loro li aspettava. Proseguirono soddisfatti e imbrattati di sangue la loro corsa. I loro sguardi, gli occhi lucidi dalle pupille dilatate erano distanti. Non appartenevano a individui connessi col mondo, per loro era tutto un trip, meglio ancora lo scenario psicopatico di un video game. Non una emozione. Non una sola responsabilità in quello che facevano. Loro non erano di questo mondo, totalmente estranei a se stessi.
La strada si biforcava in due traverse, quella diritta era più stretta a portava al centro commerciale vero e proprio, l’altra a sinistra era più larga e in mezzo ad un viale alberato permetteva di riprendere il raccordo anulare. Lanciati a folle velocità imboccarono il raccordo speronando un ragazzo in scooter, lo osservarono volare dall’altra parte della carreggiata per finire schiacciato da un camion. Assistettero all’accaduto senza la ben che minima reazione, l’ipnotico susseguirsi di luci e segnaletiche lungo la strada aveva in loro adesso un effetto calmante, dopo l’amplesso di sangue e morte ora si godevano la pace dei sensi, lanciati lungo un percorso che doveva riportarli nel centro cittadino.
Erano nella circonvallazione occidentale della città. Superati ad alta velocità una porzione di aperta campagna, un cavalcavia ed un ponteggio esistevano solo loro. Non un’altra auto, davanti a loro solo luci, asfalto e la notte scura. Poi l’idillio sfinì: dietro di loro da una strada di servizio comparve un’auto della polizia a sirene spiegate.
I due nel sedile posteriore si affrettarono a poggiare i mitra sotto i loro piedi, Paolo dopo uno sguardo fugace cercò di scacciare via il torpore nel quale la sua mente si stava trastullando.

<Spostati a sinistra, vediamo che succede.>

Il compagno obbedì ma i poliziotti invece di proseguire dritti fecero loro gesto di fermarsi.

<Merda! A destra … accelera e vai li …>

Il ragazzo alla guida noto subito la traversa a destra che gli indicava Paolo e accelerò subito per imboccarla. L’inseguimento era cominciato.
La stradina portava in aperta campagna e si curvava verso destra, tanto che la punto finì lanciata come un proiettile oltre la carreggiata in mezzo agli alberi, i poliziotti invece proseguirono avanti.
La punto tremava come fosse stata sorpresa da un terremoto sullo sterrato, ritrovarono la strada asfaltata poco avanti sbucando da un cancelletto lasciato fortunatamente aperto, l’auto dei poliziotti li speronarono sulla fiancata sinistra, la punto fece un breve testacoda, il ragazzo alla guida nel tentativo di riprendere il controllo finì per schiantarsi sulla pedana rialzata in cemento della rotonda nel quale erano finiti, l’albero motore dell’auto era ormai fuori uso. L’auto rimase immobile sulla rotonda mentre in lontananza si sentiva la brusca frenata dei poliziotti e i loro passi veloci che divenivano sempre più forti man mano che si avvicinavano a loro.
Si guardarono tra loro e si intesero in un lampo, imbracciarono i mitra e si gettarono fuori sparando all’impazzata.

<Giusta di merda!> Gridò uno di loro mentre svuotava il caricatore alla cieca.

I due poliziotti si appiattirono a terra mentre dietro di essi la loro auto diveniva un colabrodo per via delle scariche dei mitragliatori. Sotto la flebile luce dei lampioni i loro corpi erano solo ombre. Le pallottole fischiavano invisibili. Due colpi dalle pistole dei poliziotti andarono a segno colpendo due di loro. Paolo individuò e centrò in pieno uno dei poliziotti travolgendolo con la sua scarica, poi le pallottole finirono, lasciando il posto a dei vuoti “click” … il tempo di ricaricare, era anche il tempo che bastava all’altro poliziotto di correre come un matto verso l’auto.

<Sbrighiamoci, sta chiamando i rinforzi!> Disse uno dei due sopravissuti.

Paolo estrasse la sua pistola, inusata, ancora carica: due colpi per il suo compagno che scattò in piedi gettando il mitra scarico a terra per cercare di fuggire via, invece restò a terra senza fiato, con due buchi nei polmoni.

“Non sentirò la tua mancanza, coglione”.

Pensò Paolo poi mirò verso la portiera dell’auto. Il poliziotto era accovacciato sotto il cruscotto. Lasciò stare il microfono del baldacchino con cui ormai aveva già dato l’allarme, si fece coraggio e si affacciò per sparare alcuni colpi di copertura, poi appena in tempo si getto sui sedili anteriori mentre Paolo rispondeva al fuoco con una precisione impeccabile.
Ci fu silenzio per alcuni secondi interminabili in cui entrambi cercavano di ascoltare i minimi rumori dell’altro. Poi Paolo scattò in piedi e corse verso l’aperta campagna, scavalcando la carreggiata, il poliziotto se ne accorse e decise di rincorrerlo. Sotto la fioca luce della luna due ombre correvano tra i campi. Non durò molto. In lontananza già si sentivano le sirene dei rinforzi. Il poliziotto si fermò e a gambe larghe prese la mira tenendo la sua beretta con tutt’e due le mani. Paolo centrato alla coscia cadde a terra, cercò inutilmente di rispondere al fuoco ma non vedeva nessuno. Mentre il sangue scendeva copioso dalla sua ferita pian piano il torpore tornava ad impossessarsi di lui, ma non era il torpore che lo accompagnava benigno all’inizio di quella folle corsa a caccia di vittime sacrificali, era il torpore della morte imminente.


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