lunedì 1 giugno 2009

Il momento della puttana

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Fin dai tempi del liceo Simone Lampreda era conosciuto come un tipo schivo, riservato, ma non per questo antipatico. I suoi interessi per la medicina, dall’università all’arma, lo portarono all’obitorio, certamente il suo stomaco forte lo avvantaggiava tantissimo. Le autopsie erano diventate il suo mestiere. I suoi rapporti umani erano meccanici. Pochi amici, ognuno deputati ad un particolare momento tipo della vita: il momento del caffè al bar, il momento della sbronza nei week end, e infine le puttane, “costano meno delle donne vere” questo era tutto quello che Simone sapeva delle donne. Per comodità e per timidezza, pagava e si serviva.

Quella notte era il momento della puttana. Quando suonò il citofono, Simone si alzò di scatto dal computer, sapeva chi era a quell’ora, davanti alla porta apparve una bella ragazza, una studentessa come tante, vestiva una t-shirt rosa da cui si intravedevano i contorni del reggiseno, due coppe di champagne, come piacevano a lui, dalla mini gonna, poco sopra il triangolo spuntava un tribale, gli stivaletti scandivano i suoi passi dentro la stanza. Il rossetto leggero, rosa e brillante, prometteva deliziosi preliminari. Cento euro, subito. Bisogna andare sulla fiducia, questo Simone non se lo faceva più dire. Levata la t-shirt volle subito, con una certa avidità provare il sapore delle sue coppe, a piccoli morsi, ora una ciliegia, ora una gustosa porzione alle falde delle saporite colline. Lei lo assecondò per un po’, sorridendogli candidamente, poi lo scostò per continuare a spogliarsi, era un peccato non poterla scartare, ma cosi sono le regole. Disteso sul letto ancora non era pronto, situazione che ormai non lo imbarazzava più, l’unico fastidio sarebbero stati i soldi buttati. Lei non doveva essere una pivella, sapeva bene cosa fare, si piegò sopra la sua pancia, con movimenti lenti e sinuosi della schiena e del bacino, e … magia, una forza misteriosa ridestò la sua potenza. Con un movimento invitante della lingua lei anticipò la sua opera, mentre gli infilava la divisa di gala. E poi dolci bocconi, sorbiti, leccati; avrebbe potuto rimanere cosi fino alla fine, ma si sarebbe perso tutto il resto. La mise sotto di se, con le mani sulla parete liscia, era l’unico modo per sentirla, per avere la conferma che anche lei partecipava. Ritmici, decisi movimenti del bacino, mentre tirava i suoi capelli, sculacciava i suoi glutei, fino a renderli rosei, e le sue moine che assecondavano il passo lo invitavano a non fermarsi, anche se la prova di forza era stancante più per lui che per lei. Alla fine, la nostalgia delle saporite coppe, si fece sentire, prosegui il viaggio esplorando l’insenatura tra le due colline, la sua estremità, appariva e scompariva dall’insenatura, sfiorando la fossetta alla base del collo, lei la baciava, cercando di tenere la sua lingua in sincrono con le spinte ormai sempre più veloci. Poi più niente. Il buio e mille luci. La diga dei sensi segna la fine dei giochi, lasciandosi travolgere per l’ennesima volta, il non plus ultra di quella serata giaceva sprecata dentro un asettico involucro. Avrebbe voluto marcarla con la sua essenza, schizzarle addosso tutta la sua liberazione, ma quelle cose, costano troppo. Che non era una donna vera poteva dimenticarselo durante il gioco, ma alla fine, un insignificante involucro gli ricordava che era arrivata la realtà a bussare nella sua accomodante solitudine. 

Claudia si rivestì in fretta. "sei bravo" quegli apprezzamenti interessati lo irritavano, ma un po’ gli piaceva illudersi "se sono bravo perchè non mi offri il bis?" lei sorrise abbassando gli occhi. Gli stivaletti come all’inizio tornavano a segnare il passo verso l’uscita, un ultimo bacio innocente sulle labbra, poi si gettò sul divano per gustare la sigaretta di rito.

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